Gli effetti del decreto #IoRestoaCasa

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Quasi 20.000 imprese chiuse per decreto e 58.000 addetti fermi. Se aggiungiamo le chiusure volontarie, i numeri lievitano molto, con una rilevante perdita di fatturato per le aziende del territorio.


Per essere pronti al peggio. Non sappiamo cosa accadrà domani. Possiamo cercare di preparare un piano di azione per affrontare altri giorni di restrizioni causa emergenza sanitaria. Per questo l’osservatorio della CNA di Padova ha realizzato uno studio flash basato su dati statistici oggettivi e rilevazione in ambito provinciale sulle attività delle imprese legate all’associazione. “La situazione è drammatica. Dobbiamo trovare il modo per fare avere i contributi che sono stati definiti dal decreto legge del 17 marzo 2020. Per impedire che la burocrazia diventi un ulteriore problema, per capire al più presto come veicolare i 20 milioni di € che la CCIAA di Padova metterà in campo per l’emergenza. Si deve intervenire subito, si devono dare segnali immediati per non far collassare il sistema. Le CCIAA con le Regioni, dovranno dettare le linee guida per far arrivare i contributi alle aziende. C’è bisogno di un segnale subito, perché altrimenti si andrà ancor più in sofferenza. Credo sia opportuno anche fornire risorse ai consorzi fidi per poter applicare sconti sulle pratiche che daranno diritto al contributo. Spero non si attivino “click day”, perché trovo non sia uno strumento equo. Le connessioni e le tecnologie di cui dispongono le aziende sono troppo difformi. Il nostro consorzio fidi Sviluppo Artigiano, ha già stanziato 20 milioni di euro per l’emergenza, per quelle aziende che ne hanno bisogno, con costi pratica molto convenienti”, precisa Luca Montagnin, presidente di CNA Padova.

Il DPCM dell’11/03/2020 ha obbligato alla chiusura le attività non essenziali aperte al pubblico e a maggiore rischio di assembramento o contatto ravvicinato degli individui.

La chiusura delle attività commerciali non connesse alla vendita di generi di prima necessità o farmaci e servizi non essenziali ha avuto un effetto decisamente rilevante sull’economia padovana: il 23% delle imprese, ovvero quasi una su quattro, ha dovuto abbassare le serrande, in termini assoluti si tratta di poco meno di 20 mila imprese.

Le dimensioni della “serrata” in termini relativi sono particolarmente dirompenti nell’ambito della ristorazione, in cui si stima che quasi l’86% degli esercizi sia chiuso (considerando che circa la metà delle imprese del comparto è rappresentato da bar, e che solo nei centri abitati di dimensioni più ampie i ristoranti hanno l’opzione della consegna a domicilio).

Nel commercio l’impatto, seppure rilevante (più della metà dei negozi chiusi), è meno forte proprio perché sono aperti tutti i negozi di generi di prima necessità. Il prezzo più caro è pagato dai servizi personali (89% chiusi), dato che a parte imprese funebri e pulitintolavanderie il decreto non lascia altri spazi di attività.

A livello territoriale il maggior numero di chiusure, sempre in termini relativi, si registra nell’area centrale della provincia (25%) data naturalmente la più elevata presenza di servizi, sia commerciali che personali, mentre nell’Alta Padovana la struttura economica maggiormente manifatturiera ha obbligato alla chiusura una quota minore di imprese (20% circa).

Il risvolto occupazionale è di immediata lettura: si stimano in poco meno di 58 mila gli addetti (imprenditori, soci e dipendenti) costretti a stare a casa, il 18% di tutti gli addetti della provincia ma che superano anche il 22% del totale nella Bassa Padovana.

Il senso di responsabilità da una parte, la riduzione della mobilità delle persone e dunque la diminuzione dell’attività economica dall’altra o forse anche l’idea che i provvedimenti di chiusura avrebbero ampliato la platea delle chiusure in un futuro prossimo, ha spinto alla chiusura “volontaria” di molte imprese. Una indagine svolta trasversalmente nei territori e tra le categoria dalla CNA ha stimato tassi di chiusura che, incrociati con i dati camerali, ha portato a quantificare in oltre 22 mila le imprese provinciali che hanno chiuso volontariamente, sospendendo dall’attività lavorativa oltre 86 mila addetti.

Se si combinano i dati delle chiusure obbligatorie con quelle volontarie si perviene ad uno scenario, seppure necessario, alquanto desolante: quasi la metà dell’economia padovana è ferma, ed in termini relativi più della metà di quella dell’are centrale (51%), con oltre 144 mila persone che rimangono a casa: quest’ultimo è un dato che ha ovviamente anche connotazioni positive dal punto di vista del tentativo di contenere la diffusione del virus.

Gli effetti sono ancora più pesanti se si fa riferimento alle sole imprese a carattere spiccatamente artigiano: sono oltre 14 mila le attività obbligate a chiudere o che hanno chiuso spontaneamente, per responsabilità o per necessità: si tratta del 56% di tutto l’artigianato padovano. Tra le attività che hanno abbassato le serrande per il decreto ministeriale si sottolineano 2.100 parrucchieri ed estetiste, 750 pizzerie e pasticcerie e 240 panifici (la grande maggioranza di essi non dispone della consegna a domicilio). Ma tutto il comparto delle costruzioni si è fermato per difficoltà oggettive: 1.400 imprese di costruzioni, 1.000 installatori e manutentori di impianti elettrici e 800 idraulici. Per non parlare di taxi, imprese di pulizie e giardinieri, il cui mercato si è sostanzialmente azzerato. Nel complesso stimiamo siano "bloccati" quasi 45 mila addetti artigiani, oltre la metà del totale provinciale.

CNA Padova ha voluto anche quantificare l’impatto economico “monetario” di questa situazione senza precedenti: l’emergenza COVID-19 solo dall’11 marzo è “costata” all’economia padovana oltre 260 milioni di euro, 160 milioni derivante dalle attività chiuse per decreto e 100 dalle chiusure volontarie. Si tratta dello 0,9% del PIL provinciale. Se però andiamo a considerare le perdite che le imprese hanno subito dall’inizio dell’emergenza arriviamo a sfiorare i 520 milioni di ricchezza “bruciata”, ovvero quasi 2 punti di PIL. In pratica, questa emergenza sta costando all’economia padovana 0,7 – 0,8 punti di PIL ogni settimana.

“È positivo come sia stata prevista la cassa integrazione per i dipendenti delle nostre imprese. È positivo che per la prima volta sia stata varata una misura per gli artigiani, i lavoratori autonomi e i professionisti. Il contributo di 600 euro è un segnale importante ma non è sufficiente a fermare l’alta marea che ha investito le nostre aziende (NDR il reddito di cittadinanza vale di piu). Affitti, mutui, bollette corrono… anche su questi temi ci attendiamo chiarimenti e strumenti per gli imprenditori.

Gli interventi a favore delle imprese, che spaziano dalla sospensione dei versamenti, al sostegno al credito, agli ammortizzatori sociali vanno indirizzati con maggiore incisività a favore del lavoro autonomo, delle attività di minore dimensione che più di altre stanno già subendo i colpi di questo blocco totale delle attività e degli incassi. È necessario considerare con particolare riguardo alcune categorie produttive: il settore dei servizi alla persona e il turismo, ad esempio, dove le imprese in forte difficoltà sono ormai la maggior parte, con perdite anche del 100% del fatturato che avrebbero registrato in questo periodo.

Questa emergenza rischia di affondare tante imprese. Molti imprenditori, senza nessuna colpa, rischiano di far fatica a rialzare la serranda. Rischiamo di perdere una fetta importante del nostro mondo produttivo. Ci aspettiamo qualcosa anche per rilanciare il nostro futuro. Non sappiamo quando ma tra poco Padova (l’Italia) dovrà ripartire”, chiude Montagnin.